
Scultrice e insegnante di Discipline Plastiche e Scultoree, milanese di origine, si è diplomata all’Accademia di belle Arti di Brera e specializzata presso HBK Braunschweig (Germania) e al CEF (Centro Estudio Fotografico) in Cordoba (Argentina). Da sempre interessata ad indagare la realtà partendo dalla propria esperienza di vita, approfondisce per anni il tema del sogno e dell’inconscio. Ha esposto le proprie opere in Italia, Europa e Sud America (dove ha vissuto), partecipando- citando alcuni eventi- dal 10 al 17 gennaio 2024 al Festival Internazionale di Scultura a San Vigilio e San Candido (classificata al secondo posto), nel 2020 all’AIR Art in Residence a Milano, nel 2015 al Fuori salone del mobile a Milano presso BETTINELLIQUATTRO in Via Bettinelli 4, con una grande Installazione intitolata “Casa del Pueblo”, nel 2012 ad una mostra fotografica collettiva presso il CEF (Centro Estudio Fotografico) a Cordoba (Argentina) e nel 2010 ad una esposizione collettiva “Rund Gang” a Braunschweig (Germania).
Diverse sono state le sculture pubbliche che ha realizzato ad Abbiategrasso e Breno. Vive tra Milano, dove ha il suo studio di scultura, e la Val Camonica dove insegna al Liceo Artistico C. Golgi.
Testo di Giulia Zandò sull’installazione Casa del Pueblo, pubblicato su PROGETTO45.
Le suggestioni che hanno portato alla creazione del lavoro derivano direttamente dalla permanenza dell’artista all’estero: In Germania vivevo in uno studentato, che a livello compositivo, dall’esterno, ricordava moltissimo un’impostazione architettonica di stampo sovietico. Dalla fermata del tram la forma asettica dell’ostello sembrava prendesse vita grazie alle persone che ci vivevano dentro. Un dettaglio, che ha col tempo attirato la mia attenzione, è stato che la fredda struttura architettonica risultava in equilibrio con la vita di ogni singolo inquilino che la abitava.
Ponti ricorda un secondo episodio: Camminando per strada, una composizione in ferro, abbandonata vicino a una pattumiera, mi ha fatto venire voglia di disegnare. In quel momento ho capito che per ricreare l’idea che avevo in testa, avrei avuto bisogno di un modulo che fosse leggero ma sufficientemente solido. Con questi obiettivi mi sono recata da un cartaio che, sulla base dei miei schizzi, mi ha aiutato a realizzare il mio progetto. Grazie al suo intervento abbiamo creato da zero un cartone con anima in metallo – che attualmente non si trova in commercio – e da questo prototipo, con il supporto dei laser, lo abbiamo tagliato per realizzare i moduli che ora vanno a costituire la mia opera finita.
Casa del Pueblo è frutto di un’elaborazione progettuale portata avanti dall’artista per diversi anni. Il lavoro trasuda una certa “fluidità”; infatti, la forma non è mai data una volta per tutte: vuoi per l’assemblaggio dei moduli, che si adatta al luogo che lo accoglie, vuoi per la luce che si propaga nei liquidi mutandone l’aspetto in base al luogo o all’ora del giorno in cui si trova. Tutte le parti di cui è composta la struttura – e la mutevolezza delle stesse – rilevano come l’equilibrio sia una sorta di “garanzia alla sopravvivenza”, un diktat contro il crollo. Allo stesso tempo, la fragilità intrinseca del lavoro è sottolineata da un principio costruttivo basato sull’effimero, che ha a che fare con l’accadimento. Un paradosso in termini che però accetta e vince la sua sfida.
Nel complesso Casa del Pueblo risulta un’opera affascinante e di grande impatto visivo. Uno spaccato di vita. Una finestra sul cortile.